La storia di Nino Borrelli, orafo e scultore del bello

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Nino Borrelli è un artigiano d’altri tempi.
Amante del bello e delle forme, è un artista versatile sempre alla ricerca della poesia in tutto ciò che lo circonda, per trasferirla in ogni sua opera.
Le sue lavorazioni sono tradizionali, ma il suo sguardo è indubbiamente rivolto al futuro. Per lui l’innovazione è l’immancabile occasione di aggiungere ai mestieri d’arte ulteriore fascino e meraviglia.
Ecco la sua storia.

La mia storia inizia in tenera età nello studio di pittura di mio padre ricavato in casa, dove appresi la meraviglia della composizione cromatica su tela. I colori formavano i segni e poi le immagini, che riconobbi, nonostante lo stile di quelle tavole fossero in prevalenza surreale.

La passione per l’osservazione delle forme del mondo si presentò affascinandomi non poco, spaziando dalle varie anatomie, ai luoghi dell’ambiente, agli oggetti più disparati della quotidianità, che furono nel mio acerbo esordio e nella totale inconsapevolezza di un riferimento all’arte figurativa, i soggetti che iniziai a interpretare come un sogno, usando per altro i già difficili colori a olio.

Ciò che m’ispirò sul finire degli anni settanta come in parte ancora oggi, fu semplicemente quello che carpivo nella casualità dallo sguardo. Ben presto l’esigenza di considerare i corpi come presenze materiche e narranti, mi condusse naturalmente all’approccio tridimensionale. Con il supporto della mia prima attrezzatura tecnologica, intrapresi l’ideazione e la costruzione di oggetti in legno, spesso funzionali, sempre decorativi. L’oggettistica con le lampade e le scatole, l’arredamento con i mobili per la casa, m’inoltrarono nell’impegnativa struttura meccanica, affrontando temi come l’assemblaggio, l’ingombro e l’armonia delle forme nello spazio.
La relativa innovazione tecnologica assunse un’importanza collocata fuori dal tempo, quella che la strumentazione in genere fornisce nel supportare le idee non solo nella richiesta di soluzioni tecniche, ma anche orientando l’ispirazione per la composizione delle opere, reale possibilità che le stesse attrezzature comunemente offrono.

La riconversione avvenuta nei primi anni novanta dal settore della falegnameria a quello dell’oreficeria oggi in essere, per quanto sorprendente per il suo radicale cambiamento mantiene una sua logica consequenziale. I nessi stabili concettuali risiedono nella cognizione e nella propensione per la costruzione fisica, che se diversi per origine, composizione e finalità delle materie impiegate, per il resto sono costanti nella visione propulsiva e inedita di ciò che ancora non è nello spazio, contenitore del nostro ambiente come una metaforica cornice di vita. Secondo i principi di bellezza, ogni oggetto è una presenza che tiene conto dello spazio che occupa.

Come artigiano orafo dopo più di tre decenni nella città di Salerno, ho avvertito e agevolato un’ispirazione riservata con cura, quella di un approccio più incisivo rispetto a quello che già la disciplina contempla, determinando progetti di chiara matrice scultorea. Un suggerimento sostanzialmente materico fornito dalla sperimentazione introdotta sulla lavorazione del bronzo, metallo classicamente di destinazione. Sono seguite esposizioni personali e collettive in cui le opere di cartapesta, bronzo e legno hanno fatto la loro comparsa nelle varie tematiche motivazionali. Oggi in aggiunta ma in sinergia, l’attività dei laboratori sperimentali sulla microfusione trova la sua ragione d’essere nella narrazione dei mestieri, altrimenti collocati in una deriva di una memoria sempre più indefinibile e labile.

Nell’artigianato come in altri ambiti creativi, i processi evolutivi sono da intendere come immanenza delle personalità viventi. Mediante le diverse capacità cognitive si dispongono all’uso gli strumenti tecnologici nel vasto panorama delle produzioni. La digitalizzazione ad esempio, per inciso non facente parte della mia lunga esperienza per ragioni certamente anagrafiche, oltre i temi dell’utilità di un sistema produttivo, credo che possa contribuire in forma inclusiva anche come rilevante supporto periferico del corpo, quando le funzioni motorie sono ridotte per genesi o per traumi, nello svolgimento di un progetto e/o di un’elaborazione costruttiva, in solitaria o in equipe.

Nell’innovazione quale essa sia, è per me fondamentale prediligere il contatto creativo con la materia facendo fede al contempo alla fase progettuale come alle trasformazioni reali molecolari sollecitate nel divenire, varianti anch’esse ispiratrici per il componimento dell’opera in corso. L’innovazione tecnologica migliora tali propensioni quando il rapporto con l’elaborazione resta narrante, per cui l’espressione che ne viene fuori è e resta un concetto di bellezza per singolarità e gusto.

L’ospitalità variegata del Centro per l’Artigianato Digitale CAD agevola la dialettica nel campo delle produzioni creative, nel valore di uno spazio urbano recuperato dall’abbandono e ridato alla cittadinanza. È importante l’insediamento del progetto formativo con le sue varie discipline, visto in una prospettiva generatrice di nuove potenzialità nel ripensare i nessi impliciti che corrono tra la cultura e il lavoro. Tendere alla ricerca di relazioni virtuose è un presupposto ineludibile, che si declina in vari aspetti culturali come lo sono i confronti e gli approcci alle interpretazioni di un’altra economia possibile.

Il 18-19 e 25-26 ottobre al Centro per l’Artigianato Digitale non perderti il workshop sperimentale di modellazione della cera persa per la fusione in bronzo, tenuto da Nino Borrelli. Scopri di più, c’è ancora qualche posto disponibile! >> http://bit.ly/2B3csIs
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